Opere 2005-2008

Giuseppe Mannino (artista)

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Non so perché, quando ci accingiamo a scrivere di un artista che si presenta alla ribalta con una mostra personale, cerchiamo prima di tutto i riferimenti ai filoni dell’arte, anziché costruire ragionamenti basati su altri elementi di valutazione comparata, come il territorio, il percorso compiuto dall’artista, le sue origini, le sue esperienze e la sua personalità.
Sono convinto che il primo elemento di valutazione sia la personalità dell’artista, cioè la sua riconoscibilità, che deve ritrovarsi in ogni sua opera e quindi l’autonoma configurazione, pur in un contesto di appartenenza ad una specifica tendenza. Rinaldo Capaldi ha una personalità artistica: il suo stile si ricompone in ogni sua opera. Questo è già un punto importante a suo merito.
Capaldi è sotto molti aspetti un artista semplice, cioè schietto e privo di malizia, anche se ha una personalità complicata, dovuta al disprezzo per alcune sue esperienze, che rinnega, considerandole un marchio che vorrebbe forse cancellato e dimenticato.
Capita a tutti coloro che, per esigenze necessitate dalla quotidianità, intraprendono strade, che rischiano di portarli alla normalità (nel senso di mediocrità), con il percorso fisso addosso, da impiegato della vita, senza emozioni. Si vengono così a creare situazioni di stallo, appunto di normalità, che alla lunga sembrano insoddisfacenti, poiché senza sbocchi e senza prospettive.
Vieni classificato per quello che hai fatto e, se non cambi strada, ti ritrovi sempre allo stesso punto e con la solita etichetta cucita addosso. Capaldi ha compreso, da tempo e per tempo, che continuare a costruire carri allegorici per i carnevali, seppure di pregevole fattura, non lo portava da nessuna parte. Eppure, è stata una esperienza che lo ha fatto crescere; gli ha fatto emergere la vocazione innata a creare grandi forme con materie povere e colori sgargianti.
Per certi versi, quello che Capaldi considera un periodo buio, ha rappresentato invece una straordinaria opportunità per rafforzare le sue capacità creative, solo all’apparenza rimaste sommerse, ma mai sopite del tutto, anche perché ci suono luoghi che stimolano all’arte, soprattutto chi alla pratica artistica è arrivato per scelta scolastica.
Credo che il territorio eserciti un’influenza particolare in coloro che hanno in mente un percorso artistico. Diceva Heidegger: “Dovremmo imparare che le cose stesse sono i luoghi e non solo appartengono a un luogo”. Ronciglione è noto non solo per il carnevale, ma anche, tra l’altro, per aver dato i natali ad artisti di chiara fama o per averli ospitati. Ettore Petrolini era figlio di un fabbro di ronciglionese; rimase legato al paese di origine e trascorreva le vacanze in un casolare fuori le mura. Sandro Chia, una delle migliori espressioni della Transavanguardia, ha soggiornato e operato per diverso tempo in una villa di Ronciglione, anche se per amore di una donna. Gli artisti lasciano traccia del loro soggiorno, come gli animali selvatici, con le loro “puzze”, che gli altri artisti avvertono, con sospetto e rispetto. L’aria che si respira, dove è passato o ha soggiornato un artista, è diversa, stimola la competitività e quindi lo spirito emulativo. Ronciglione, peraltro ha dato i natali a tanti altri artisti, come Trivelloni, pittore di fama nazionale, gli Anitori ed altri.
Ma Ronciglione, negli anni sessanta / settanta dello scorso secolo, assunse un ruolo di prim’ordine nella cultura, in coincidenza con lo sviluppo del territorio attorno al Lago di Vico, diventato un luogo di presenze significative di uomini di cultura, di sport e spettacolo. Ebbe la fortuna di avere coinvolto come imprenditore un uomo di cultura, Carlo Innamorati, amante dell’arte e amico di tutti i grandi artisti dell’epoca. Carlo Innamorati fu anche un uomo della Resistenza e per questo soggiornò a Via Tasso, come Pertini, Saragat ed altri. E non è giusto dimenticare neppure Massimo Natili, allora famoso e bravo corridore automobilistico e grande animatore delle tante e indimenticabili manifestazioni estive di Punta del Lago.
In questo ambiente è cresciuto Rinaldo Capaldi. Non c’è dunque da meravigliarsi se oggi Ronciglione ha tra i suoi figli un ottimo artista, che appare avviato ad una brillante carriera.
Capaldi ha, intanto, un suo linguaggio, semplice, poiché senza fronzoli accademici e senza fraintendimenti. Ha scelto con convinzione la forma-informale, che non significa necessariamente forma astratta, che potrebbe essere un limite, nel periodo in cui il neo-figurativo ormai è una scelta senza ritorno. E non inganni il fatto che le opere di Capaldi sono senza titolo, poiché ciò appare un atto di modestia o forse un vezzo intrigante: come dire ciascuno ci metta il titolo che vuole, senza che sia condizionato dalla indicazione dell’artista, che non è mai quella giusta. Il mio amico Joachim Blüher, direttore dell’ Accademia tedesca di Villa Massimo a Roma, sostiene che sul significato (e quindi sul titolo) delle opere si possono fare solo ipotesi, poiché nessuno può comprendere gli artisti, men che meno gli artisti stessi.
Invero l’arte è casualità di materia e colori, da cui nasce l’idea inconscia della creazione, ma è anche (e soprattutto) immaginazione di ciò che non è stato mai visto. Capaldi interpreta molto bene questi concetti.
Non è neppure il caso di chiedersi se ogni opera sia un quadro o una scultura. Probabilmente è l’uno e l’altra o forse nessuno dei due; potrebbe essere una terza cosa. Nessuno si porrebbe si porrebbe questa domanda di fronte ai sacchi di Burri o ai tagli di Fontana, tanto per restare a due grandi artisti, che Capaldi dimostra di ben conoscere, anche se ciò non ha alcuna rilevanza essendo diverso il suo percorso.
E’ innegabile, tuttavia, che in ogni opera di Capaldi c’è materia e colore. Con la materia, spesso tasselli di legno e di cartapesta, Capaldi crea le forme, in cui ciascuno può vedere pareti cieche o con aperture irregolari di colore anche nero, ovvero soffitte antiche, attraversate dal buio o dalla luce, che sono dati dai colori, nelle diversità dei cromatismi, alcuni addirittura innaturali, ma non per questo privi di efficacia. Sotto questo aspetto mi pare di cogliere una novità, che capovolge la regola: la luce sembra entrare nelle opere più che uscire. In quasi tutte le opere c’è una forza squarciante di luce, che penetra la materia e la risalta, lasciando intravedere paesaggi vulcanici e/o lunari. Chi vuole può anche vedervi panneggi e tendaggi di immaginarie finestre sull’infinito.
Un’ultima annotazione. Capaldi non è riuscito a mascherare del tutto la sua avversione per i carri allegorici. Nelle sue opere rimane intatta l’allegria o la tristezza, che, a seconda dei momenti, la vita ci elargisce e la finzione artistica non le può nascondere.

 


Giuseppe Mannino