Opere 2005-2008

Francesco C. Drago (docente universitario)

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Nell’elegante contenitore di spettacolarità visiva del Palazzo delle Maestranze di Ronciglione, nel varcare la soglia delle sale destinate all’esposizione di Rinaldo Capaldi, l’occhio offre all’intelletto del visitatore le immagini del dialogo di un artista con il suo alter ego. Quel rapporto tra essere ed apparire si snoda attraverso una serie di opere convergenti verso il risultato di comprensione dell’intero percorso artistico.
Lontano da ogni componente fantastico-magico-favolistica, e mai tentato dal regionalismo coloristico cui potrebbero indurre le suggestive terre e faggete del lago di Vico, l’arte di Capaldi, libera dal bisogno di una schiavitù altra, lascia emergere l’artista dalla prigione di se stesso, rivelandone il lavoro maturato in anni di ricerca ormai affrancata da qualsiasi formalismo indotto.
Insieme con le più recenti sculture d’impronta marcata e di forte impatto, è possibile osservare parte del ciclo della ricerca sui Vetri infranti riuniti con altre opere da poco datate, e che in mostra concorrono al raccordo con il suo primo linguaggio. Un linguaggio che muovendo dall’ astrattismo vira subito in modo deciso verso un informale focalizzato sulla materia.
Le opere presentate, la cui gestazione e realizzazione affonda le radici in una lunga fase di attenzione ai risultati conseguibili dal suo istintivo impulso alla trattazione polimaterica, appaiono in modo del tutto naturale come realizzate all’interno di un sentiero connotato da progressiva strutturale organicità. E’ un elegante insieme di comunicazione-documento offerto alla lettura critica della pubblica fruizione, quasi a voler sollecitare la partecipazione ad un gioco fatto di rimandi, analogie e confronti.
L’itinerario artistico di Rinaldo Capaldi è segnato da una solido raccordo con il sentire espresso dalla sua visione e da un linguaggio emotivo ed impulsivo che parla di una ripetuta attenzione alle diverse forme di conflitti e di contraddizioni che caratterizzano la condizione umana contemporanea. Egli appartiene a quegli artisti a tutto tondo, i quali, da una visione chiara appresa dalla vita, riescono a trovare la direzione espressiva lungo la quale muoversi per lasciare le proprie orme. Ma l’arte come l’abito è sempre il riflesso del proprio tempo, e non può sfuggire al facile rischio di vedere collocati i propri artefici in una qualche famiglia d’appartenenza, prima ancora che la loro opera sia messa bene a fuoco. Lo è stata l’arte rinascimentale con le botteghe d’appartenenza, lo è stata l’arte moderna, e ancor più lo è oggi quella contemporanea. Solo in un secondo momento, la memoria istintiva libera la mente che si dirige sulla comprensione dell’artefatto. Purtroppo l’intervallo di tempo che intercorre, gioca, il più delle volte, a favore di una valutazione viziata dell’opera dell’artista!
La notazione, a guisa d’avvertenza, è posta solo per sottolineare che Capaldi non merita un’immediata riconduzione a stereotipi verniciati d’attuale, come sovente la critica italiana forgia per professionisti-protagonisti dell’arte contemporanea. Le opere di Capaldi si impongono con autorevolezza e con la forza di esternare reali rotture interiori, e in questo quasi sempre riflettono malinconia o angoscia di volta in volta fermate nelle forme dei quadri-rilievo, dei vetri infranti e delle sculture vere e proprie.
Dalle sue Introspezioni il lavoro emerge rinnovato, mentre l’artista appare quasi mai placato dopo l’ultima immersione nella sua intima conflittualità rigenerativa.
Capaldi lambisce l’estetica con disciplina, ma senza mediazioni. Il suo focus rimane fisso sul processo creativo. E’ così anche nel suo astrattismo di radice minimale dove egli sillaba lo specifico del suo spazio pittorico, ma lascia la forma alla sovrapposizione di materie sul supporto. Nelle sue opera si intrecciano i più vari materiali di recupero, pur rimanendo sempre lontano da una polemica aperta con la società consumistica. Nè ha intendimenti di fare della junk art. Nei suoi assemblaggi, legno e carta telata ricoperti da colori misti, acrilici e smalti, danno vita ad armonie emesse da ferme pennellate iridescenti.Ordine e disciplina delle forme nelle costruzioni ed assemblaggi creano un unico insieme di valori cromatici.
Forti forme di tensione e fughe sono ottenute nei vuoti aperti nel ciclo Vetri infranti. L’artista interviene per ferirli con mano sicura. Le dure verità esistenziali sono associate alla logica dello specchio. Nella ricomposizione che segue, l’intervento di trattamento pittorico delle superfici a colori acrilici appare quasi a lenimento delle ferite aperte. Il cromatismo salda ed esalta gli effetti dinamici. Nella abilità artistica sorretta dalla sua vasta sapienza artigiana del fare ad arte, Capaldi riesce a virare dagli accordi cromatici tonali a quelli timbrici. Anche in queste opere egli entra nei temi di più arduo impegno con intensa attività mentale e non dall’idea concettuale della pura forma.
Ma è nelle sculture che emerge il suo vero rigoroso nomadismo espressivo e artistico. L’artista da raffinato neocostruttivista rivela adesso di aver controllato il suo viaggio tra materiali fragili, pesanti e freddi. Sculture architettate su liberi piani geometrici, avviate per rigore come Uncini e Staccioli da elementi primari, esprimono una manualità eccellente che rifugge da qualsiasi tipo di mimesi.
Tra le sculture ve ne sono alcune allo stato sperimentale realizzate con legno, poliuretano e poliestere e patinate in bronzo. Quelle costruite in cemento armato con ferro contengono inserimenti di resina acrilica, e sono patinate in bronzo o colorate con ossidi di ferro. Cemento e tondini nelle forme e nei volumi appaiono quasi sostanze vive, sculture tese alla ricerca della possibilità di giungere ad un dialogo meno univoco con l’universo intorno, dove i ferri che fuoriescono sono fermi ma pronti perché dalla rovina di ieri altra vita si levi ( De rerum natura, Lucrezio).
Nella sperimentazione dei diversi materiali Capaldi ha indagato gli aspetti strutturali delle opere, teso anche a sondare le possibilità estetiche dei mezzi tecnici di supporto. In ogni caso, le forme geometriche che Capaldi ha voluto per le diverse opere sono riuscite a realizzare quelle che Herbert Read ne “Il significato dell’Arte” definisce interrelazioni dinamiche tra massa, superfici e spazio in perfetta tensione. Il metalinguismo dell’arte di Capaldi fuoriesce da un crogiuolo di esperienze in aree conoscitive comunque sempre ben controllate. E, infatti, nel suo spaziare artistico tanto espressivo quanto diversificato, egli non rifiuta di mostrarci i momenti di riposo della sua raffinata manualità. E dal suo rigorismo lascia fuoriuscire piccole sculture vestite solo dell’eleganza della forma in una costruzione, come direbbe Argan, di destino e progetto. Oppure anche Impronta digitale, un’opera che si può leggere come la tentazione d’invasione di campo con il corpo d’arte, per utilizzare un espressione anni ’60 di Achille Bonito Oliva. O forse come il desiderio di una rielaborazione d’immagini rimaste sulla retina. Oppure, l’opera è lì ad indicare che impronta e sculture sono il suo alpha e omega.
La mostra di Rinaldo Capaldi è un vero documento in cui leggibilità ed illegibilità dialogano su una trama il cui filo conduttore è nel raccordo tra i singoli artefatti e l’insieme delle opere esposte. Il tema offerto all’osservatore è l’autoconfessione dell’artista. Un’autoconfessione che è anche messaggio trasmesso, e in cui la postilla sta a ricordare l’affermazione fatta nel 1962 da John Fitzgerald Kennedy: “ La cultura e l’arte della vera politica non possono esistere senza una politica che favorisca il rispetto della cultura e dell’arte.”
Una riflessione suggestiva quella di JFK. Da una mostra suggestiva.

 


Francesco C. Drago